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DON STEFANO PERETTI: L'ARTE SACRA DI MENON EVOCA ED EDUCA

Sant’Agostino parlando del canto nella Chiesa fa il paragone con una calzatura, dicendo che essa deve essere sì bella, ma soprattutto funzionale, alla stessa stregua del canto che deve far meditare e pregare.

L’arte sacra di Menon è «funzionale» alla celebrazione nel senso più nobile del termine, è cioè al suo servizio, evoca ed educa all’atto di Alleanza, alla Nuova ed Eterna Alleanza.

La sua profondità e chiarezza simbolica, non disgiunta dall’elegante sintassi delle linee, è la modalità mediante la quale il contenuto scritturistico e teologico viene letto e interiorizzato.

Poliedricità che svela l’uomo all’uomo nel caleidoscopio della versatilità del genio umano e della inerente ed innata creatività.

 

L’arte sacra di Menon educa alla preghiera rivolta al Padre (semper ad Patrem dirigatur oratio [1]) facendo memoria del mistero pasquale di Cristo, pregando, invocando, accogliendo il dono dello Spirito.

L’arte sacra di Menon celebra il Mistero.

Non nel senso di enigmatico, ma nel senso paolino del termine cioè segno visibile, tangibile, che pur nella sua esperibilità non inficia la proposta evocativa.

Un mistero accostabile perché il Verbo ha preso carne umana, in un popolo e in una storia.

Il simbolo è lì, vero, efficace, comprensibile, fruibile.

Il simbolo per essere tale non deve aver bisogno di spiegazioni, ma deve avere una valenza evocativa immediata e chiara sia del significato che del significante.

È ovvio che non va esclusa a priori un eventuale contributo ermeneutico inerente all’opera che riveste i contenuti simbolici, ma l’ermeneutica deve attendere non al contenuto simbolico (il significato dell’opera deve essere chiara e di immediata e universale comprensione), ma al modo e alle diverse sfumature (il significante) della pedagogia della trasmissione relative al contenuto biblico e teologico del tema sacro (e direi anche non).

Termino con un pensiero rivolto al calice per la celebrazione della Santa Messa, che lo scultore ha denominato Getsemani.

Perché un nome così, Getsemani, a un calice?

Getsemani in ebraico significa «frantoio dell’olio».

La materia del calice e il ruolo delle figure rimanda alla macerazione dell’umanità di Cristo e dell’essere umano di tutti i tempi nella sofferenza, tale e quale nell’esprimersi del cigolio delle ruote di pietra che pigiano le olive.

Come non pensare che il profumo tipico, acre e dolce, dell’olio di spremitura si innerva nell’agonia del Figlio dell’Uomo che, prostrato a terra, suda sangue.

Cristo in prostrazione, prostrato a terra nell’orto degli ulivi, qui, nell’opera di P. Menon, davanti a un albero d’ulivo.

Chi adora?

Adora l’amore del Padre che non vuole perdere nessuno di quelli che ha creato.

Adora la perfetta congruità di volere e sentire nell’obbedienza al mandato del Padre.

«Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio [2]»: per questo è ai piedi di un grande ulivo la cui chioma dà forma alla coppa che conterrà il sangue di Cristo.

È un Dio follemente innamorato delle sue creature che in questo atto di donazione ci procura vita, vita eterna.

Eternità che possiamo sperimentare già in questa vita e che è resa strutturale dalla parete vitrea che riceve l’oro all’interno alla coppa, ove il vino che si amalgama con l’oro e diventa bellezza immanente e trascendente, anzi profumo di bellezza.

Noi crediamo in quel Dio, perché il Dio crede per primo in noi.

Questo verso, però, è un lato dell’opera.

L’altro lato non è contrario od opposto, ma speculare.

Recita un passo della sequenza, prima del Vangelo, del giorno di Pasqua: «Mors et Vita duello conflixere mirando, Dux Vitae mortuus regnat vivus» [3].

È ritto il Risorto, ha abbandonato la croce.

È ritto e con Lui si rialza l’umanità di tutti i tempi e, per la Grazia del Mistero Pasquale, sa stare in piedi e accetta che la Croce sovrasti questa risurrezione, non come ineluttabilità di un tragico destino terreno, ma per rimanere monito e via obbligata ed esiziale alla Vita Nuova nel Cristo.

Il Risorto si staglia sull’opera come epicentro di armonia e bellezza, come archetipo di linearità e figura, come senso di verità e di bellezza.

Una piccola confidenza in omaggio all’amicizia che mi lega a Paolo e Dona.

Quando celebro la Messa con questo calice tengo il lato del Cristo prostrato verso me e quello della risurrezione verso l’assemblea.

E prego che il Signore faccia della mia vita un sacrificio perenne gradito a Dio [4] per far rilucere a quanti posso avvicinare la bellezza di un Dio che in Gesù Cristo ci chiama a una Vita, veramente vita, e che nella bellezza del suo narrarsi ci dice l’irrevocabilità del suo Amore nonostante le tortuosità della nostra, sempre bisognosa di conversione, adesione a Lui.

Sì perché solo facendo spazio al Mistero Pasquale di Cristo nel nostro quotidiano pellegrinaggio terreno la nostra vita cristiana, diventerà profumo di bellezza come quel vino-oro diventa la linfa di Nuova Vita.


Roma-Vaticano, 11 maggio 2011. 
Intervento di don Stefano Peretti, pedagogista e teologo,
al venissage «L'Uomo da Dioniso a Cristo».


[1]
 Cf. Concilium Hipponensis 393, can 21: Corpus Christianorum Latinorum volume 149, capitolo 39

[2] 2 Cor 5,21.

[3] Sequenza Victimae paschali.

[4] Terza Preghiera Eucaristica.


Nella foto, da sinistra, Paolo Menon, don Stefano Peretti e il prof. Gaspare Mura.

Osservazioni
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01/07/2013 PT Gr
Insipido ed insignificante intervento come solo questo relatore può proporre. Mi meraviglia che ancora qualcuno lo inviti, ma forse perché la sua storia non è ancora sufficientemente conosciuta. Attenzione. È peggio di Attila: dove passa lui dilaga immediatamente il deserto. Chiedete a Mantova, presso la sua diocesi!!!!
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