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NEL CALICE «GETSEMANI» E' RITTO IL RISORTO: HA ABBANDONATO LA CROCE

La materia del calice e il ruolo delle figure rimanda alla macerazione dell’umanità di Cristo e dell’essere umano di tutti i tempi nella sofferenza, tale e quale nell’esprimersi del cigolio delle ruote di pietra che pigiano le olive.

Come non pensare che il profumo tipico, acre e dolce, dell’olio di spremitura di innerva nell’agonia del Figlio dell’Uomo che, prostrato a terra, suda sangue.

Cristo in προσκύνησις, prostrato a terra nell’orto degli ulivi, qui, nell’opera di Paolo Menon, davanti a un albero d’ulivo.

Chi adora?

Adora l’amore del Padre che non vuole perdere nessuno di quelli che ha creato.

Adora la perfetta congruità di volere e sentire nell’obbedienza al mandato del Padre.

«Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio[1]»: per questo è ai piedi di un grande ulivo, la cui chioma dà forma alla coppa che conterrà il sangue di Cristo.

È un Dio follemente innamorato delle sue creature che in questo atto di donazione ci procura vita, vita eterna.

Eternità che possiamo sperimentare già in questa vita e che è resa strutturale dalla parete vitrea che riceve l’oro all’interno alla coppa, ove il vino, all’occhio che investiga, si amalgama con l’oro e diventa bellezza immanente e trascendente, anzi profumo di bellezza.

Noi crediamo in quel Dio, perché Dio crede per primo in noi.

Questo verso, però, è un lato dell’opera.

L’altro lato non è contrario od opposto, ma speculare.

Recita un passo della sequenza, prima del Vangelo, del giorno di Pasqua: «Mors et Vita duello conflixere mirando, Dux Vitae mortuus regnat vivus»[2].

È ritto il Risorto: ha abbandonato la croce.

È ritto e con Lui si rialza l’umanità di tutti i tempi e, per la Grazia del Mistero Pasquale, può stare in piedi e accetta che la Croce sovrasti questa Risurrezione per rimanere monito e via, obbligata ed esiziale, alla Vita Nuova nel Cristo.

Il Risorto si staglia sull’opera come epicentro di armonia e bellezza, come fulcro di linearità e sagomatura, come senso di verità e di bellezza.

Quando celebro la Messa con questo calice tengo il lato del Cristo prostrato verso me e quello della risurrezione verso l’assemblea.

E prego che il Signore faccia della mia vita un sacrificio perenne gradito a Dio[3] per far rilucere a quanti posso avvicinare la bellezza di un Dio, che, in Gesù Cristo, ci chiama a una Vita, veramente vita, e che, nella bellezza del suo narrarsi, ci dice l’irrevocabilità del suo Amore, nonostante le tortuosità della nostra adesione a Lui.

Sì, perché solo facendo spazio al Mistero Pasquale di Cristo nel nostro quotidiano esistere nel tempo la nostra incerta, balbettante, ma stupenda ed entusiasmante vita cristiana, diventerà profumo di bellezza come quel vino - oro diventa, perennemente, la linfa di Nuova Vita.


Testo di don Stefano Peretti, pedagogista e teologo.

 



[1] 2 Cor 5, 21.

[2] Sequenza Victimae paschali.

[3] Terza Preghiera Eucaristica.

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